Covid e l’effetto limbo. “Ti svegli, lavori, mangi, lavori, mangi, dormi”

Covid e l’effetto limbo “Non avere più niente da attendere significa non sperare”. I giorni si susseguono uguali e dove non c’è progettualità c’è apatia, specie fra i più giovani

Covid e l'effetto limbo
Covid e lockdown. Fonte Huffington post

Ti svegli, lavori, mangi, lavori, mangi, dormi. Ti svegli, lavori, mangi, lavori, mangi, dormi.

Ripetete la frase di seguito, per 365 volte: dal 9 marzo 2020 al 9 marzo 2021. Battetela a macchina da scrivere, se Shining vi dice qualcosa.
All work and no play alla fine hanno distrutto Jack a colpi di noia. Lo hanno reso apatico, nervoso, sconfitto e rassegnato.
Guardatelo, neanche ci prova più a reagire.

Sono le otto e mezza di sabato sera, è seduto in cucina con un bicchiere di vino in mano e sta già augurando la “buona notte” al suo amico in videochiamata.

Le otto
e mezza
di sabato sera.
Ancora.
E come lo passi il resto della serata? E del weekend? Quando finisce? Come si arriva alla fine? Della pandemia, intendo…

Senza più un viaggio, né uscite la sera, le restrizioni anti contagio hanno reso la routine priva di scosse.

Ogni giorno è simile all’altro, non si pianifica più, non c’è più niente da attendere.
Non c’è il pensiero felice di quel concerto che deve arrivare, a riempirti il petto e spingerti avanti in una giornata di lavoro logorante.
Non c’è la gioia provata a quel concerto a farti da carburante nei giorni a seguire.

Nello stallo imposto dal covid ci siamo caduti tutti, ma per i giovani adulti – quelli delle università, dei lavori quasi sempre ancora precari –
è incertezza nell’incertezza.

Covid e lockdowm

Usciti dal guscio della casa paterna e materna per imparare a camminare sulle proprie gambe, la pandemia scuote il terreno facendole traballare.
A colpi di lavori che “grazie e arrivederci, ma c’è crisi”, di relazioni che “su Tinder trovo solo casi umani ma come lo conosci adesso uno”,
di giornate che “io non ce la faccio più”.

“Non avere più niente da attendere significa anche non sperare” dice ad Huffpost la dottoressa Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio Nazionale
Adolescenza.

“La speranza ci porta ad agire, è quel movimento interiore che spinge ad andare avanti, per andare incontro a situazioni che speriamo possano verificarsi:
io spero che l’esame vada bene, di trovare un lavoro, di trovare un fidanzato.
Faccio allora qualcosa per ottenerlo.
I giovani vivono adesso un ‘effetto limbo’. L’incertezza blocca la progettazione.
Noi cerchiamo la sicurezza nel controllo, nel momento in cui dobbiamo camminare in un terreno più instabile, iniziamo ad avere problemi”.

Disillusi dopo aver aver atteso una fine che in un primo momento sembrava prossima e adesso abbiamo smesso quasi di credere che arriverà mai davvero.

Dopo aver perso voli, cancellato biglietti, ridipinto da un momento all’altro il colore della zona dove abitiamo,
depennando programmi che l’agenda segnava per il giorno seguente.
Da aspettare restano i risultati dei tamponi e quella è un’attesa fatta di ansia angosciante e non di trepidazione positiva.

Covid e l’effetto limbo

Il tempo puoi sentirlo scorrere secondo per secondo: privato delle armi per ingannarlo, è lui che adesso si fa beffe di te.

Dove non c’è progettualità, c’è apatia.
Non ci sono quei processi che vanno a contrastare l’abbassamento dell’umore.
A mancare non è l’aperitivo, ma il senso dell’aperitivo.

Un ragazzo può sopravvivere senza bere un drink e a molti non ha fatto male allontanarsi da abitudini poco sane come bere tanto,
mangiare disordinato e dormire poco, ma “la birra con l’amico è quel momento di condivisione e di distacco, in cui faccio qualcosa con un’altra persona.

Un momento che mi arricchisce emotivamente, che rinforza un legame.
Il confronto è crescita.
Quando ci sono questi rinforzi positivi vengono rilasciate una serie di sostanze che vanno a riattivare delle aree cerebrali che generano il benessere.
Vivere in una relazione sociale significa affrontare se stessi quotidianamente. La piccola sfida ci attiva a livello cerebrale, ci spinge ad andare oltre”.

Tutto questo è per tanti venuto meno, accendendo una spia d’allarme sulla salute mentale dei giovani.

Ovviamente il discorso non vale per tutti, né l’obiettivo è quello di demonizzare la noia, in grado di attivare aree cerebrali della creatività.
Molti giovani hanno reagito, adattandosi, modificando le relazioni.
Molti altri però non hanno accettato il cambiamento, trovandolo ingiusto e finendo per subirlo: sono quelli che la pagheranno di più, con conseguenze
psichiche a lungo termine.

Perché, attenzione, tutto questo non durerà il tempo di una pandemia.

“Bisogna smettere di attendere che le cose tornino come prima” consiglia ai giovani la dottoressa Manca “Altrimenti andiamo in blackout emotivo,
che provoca immobilismo psichico. E l’immobilismo psichico provoca patologie gravi.
Si cronicizzano stati che si stanno vivendo ora:
l’ansia, la preoccupazione possono portarci a vivere in una condizione di allarme che può diventare disturbo
d’ansia e dell’adattamento.
Bisogna intervenire oggi, prima che sia troppo tardi. Non fare sta diventando la normalità.
A lungo andare è un processo che spegne”.

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